“Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D’altra parte queste poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c’è visione che più campeggi o sul bianco della gran nave o sul verde delle selve o sul biondo del grano, che quella dei trasporti o delle comunioni che passano: e non c’è suono che più si distingua sul fragor dei fiumi e dei ruscelli, su lo stormir delle piante, sul canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e fioriscano intorno all’antica tomba della mia giovane madre queste myricae (diciamo cesti o stipe) autunnali.”
(Dalla Prefazione di Pascoli ai Canti di Castelvecchio)

San Mauro, provincia di Forlì, 31 gennaio 1855. Due soli episodi di rilievo nella sua vita: uccisione misteriosa del padre il giorno di San Lorenzo del 1867 con conseguenti disgrazie familiari; acquisto della confortevole casa in Garfagnana oggi conservata grazie al Comune di Castelvecchio. Laurea a Bologna in letteratura greca, insegnante liceale, docente universitario a Bologna, Messina e Pisa. Romagna e Garfagnana luoghi della sua poesia. Myricae del 1891 dedicata al padre Ruggero si rifà al celebre inizio della quarta egloga virgiliana “Sicelides Musae, paulo maiora canamus/Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae” (Oh Muse sicule, alziamo un poco il tono del canto: non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici) celebra la modestia e la quotidianità del vivere. “Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro Giosuè Carducci, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra.”

Stesso passo bucolico per le successive raccolte Poemetti (1897), Primi Poemetti (1904), Nuovi Poemetti (1909). Quasi tutti in terzine dall’epos rustico. Grazie all’amicizia con Andrea Costa riesce a farsi pure qualche mese di carcere a Bologna e a produrre Odi e Inni con spunti di poesia civile. Tecnica magistrale, vastissima cultura, Carducci come maestro. Tre leggendari tavolini: uno per la poesia italiana, uno per la poesia latina, uno per l’ermeneutica dantesca. Il premio Veianius, vinto più volte, gli consente di acquistare la bella casa di Castelvecchio. Poemi latini raccolti in due volumi “monumento di sapienza linguistica e metrica” secondo Gianfranco Contini. Intimismo e simbolismo. Pascoli accostabile a Walter Pater e Joris-Karl Huysmans. Immensa preparazione classica al servizio di temi contemporanei, umili e quotidiani, intimisti e psicologici. Una musica pucciniana. Prosa pascoliana di altissimo livello nel Fanciullino o in Pensieri e Discorsi o nelle pagine su Leopardi. Plurilinguismo, onomatopea, musicalità intrinseca. Amore sconfinato per Dante. Pascoli, assai dileggiato dalla critica malevola e ignorante, è di gran lunga il massimo poeta italiano a cavallo dei due secoli. Biografia straziante, tentativo di ricondurre la malvagità umana alla Natura “Madre dolcissima”. Simbolismo alla Verlaine, capacità di intuire l’indefinito, costruzione di un linguaggio pregrammaticale.

Metodo ascetico del ritiro e del silenzio. Chi lo accusa di provincialismo non comprende i suoi paludamenti. Critica non all’altezza del fenomeno Pascoli sino al gigante Contini, vero e proprio lettore acuto. Anche il sommo Croce cade nella trappola del mimetismo pascoliano e non lo comprende accusandolo di decadentismo… in realtà un complimento. Croce confonde la letteratura della crisi con la crisi della letteratura. Egli si ferma a Carducci. La razionalità crociana non comprende la complessità psicologico-intimista di Pascoli. Pascoli va inserito nel grande filone del realismo europeo e misurato sugli immensi Manzoni e Flaubert. Pessimista, dedito al vino e al cognac in modo preoccupante, dopo aver perso la fede pensa che gli unici ripari siano il nido familiare e la poesia. Il mondo è misterioso e indecifrabile e può essere colto soltanto con pennellate impressionistiche dal poeta veggente, un poeta che spinge lo sguardo oltre il sensibile. Soltanto il fanciullino, tratto dal Fedone platonico, può dare nome alle cose, scoprendole in modo alogico. Pascoli alza barriere contro la dura realtà, tenta la costruzione di un nido lontano dalla città, un luogo umile e bucolico… “C’è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c’è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall’immutabile destino”.

Il mio incontro con Pascoli è stato amore a prima vista. Su di lui cito un altro poeta, Mario Luzi “In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero, ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura”.

Giovanni Pascoli muore di cirrosi epatica nella sua casa di Bologna il 6 aprile 1912.

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