Il campione del metodo dell’odio e della diffamazione, che insieme ad altri dei quali è facile fare esempi indelebili, ha distrutto la vita di molte persone, ha ingannato con la complicità di pennivendoli compiacenti la pubblica opinione, ha causato danni devastanti alla economia e alla tenuta civile del Paese.

Ora che i fatti, uno dopo l’altro e con una velocità inaspettata, stanno travolgendo il castello di menzogne, di malagiustizia, di malapolitica e di veri e propri tradimenti degli interessi nazionali sul quale hanno edificato le proprie individuali e immeritate fortune, lasciando prevedere un vero e proprio tzunami di responsabilità non solo politiche ma anche penali, l’attuale ministro degli esteri chiede pubblicamente scusa per la cultura della gogna.

Non vi scorgo alcunché di commendevole in queste parole se non vengono seguite dai fatti.

L’unico fatto che può dare un senso alle parole - e non fare giustamente immaginare che siano state pronunciate opportunisticamente per salvare un ruolo ottenuto grazie all’infamia di cui si chiede scusa – sono le dimissioni da parlamentare e da ministro avendo leso gravemente – e riconosciuto – l’art. 54 della Costituzione.

Luigi Di Maio e il suo cerchio – assieme al suo leader storico – dovrebbero invocare una pietosa damnatio memoriae e tentare di ricominciare daccapo mostrando di avere altri talenti che non l’organizzazione dell’odio e della diffamazione grazie alle complicità ormai manifeste di una magistratura esondata dal suo ruolo costituzionale e impegnata a fare politica tradendo il suo mandato.

Il bello deve ancora venire.

L’unico effetto positivo che vedo nel gesto obbligato e tardivo del grillino di Pomigliano d’Arco è l’aver reso ancora più inetta, confusa e codarda la strategia politica dell’attuale gruppo dirigente del PD.

DI Vincenzo Marini Recchia

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